Il tesoro dimenticato: 400 miliardi di pensioni che dormono

Su un articolo di Federico Fubini pubblicato sul Corriere della Sera il 20 luglio 2026 (leggilo qui per intero).

C’è un tesoro degli italiani di cui si parla pochissimo: quasi 400 miliardi di euro accumulati tra fondi pensione integrativi (262 miliardi) e casse professionali (136 miliardi). Sono i risparmi di dodici milioni di lavoratori e di oltre 1,6 milioni di professionisti. Federico Fubini, nella sua newsletter Whatever it takes ripresa dal Corriere, li definisce senza giri di parole una “foresta pietrificata”: un patrimonio enorme che rende poco, costa troppo e resta governato da regole pensate per un’Italia che non esiste più.

Cosa non funziona

L’analisi di Fubini individua alcuni nodi precisi:

  • Troppi fondi, troppo piccoli. L’Italia ha quasi 300 fondi pensione, più della media Ocse, ma con patrimoni medi inferiori perfino a quelli di Lituania, Lettonia o Repubblica Ceca. La frammentazione alza i costi e abbassa la qualità delle gestioni. Come scrive l’autore, “non ha alcuna giustificazione economica […] che esista un fondo negoziale per ciascuno dei trentatré contratti di categoria”.
  • Rendimenti deludenti. Secondo i dati Covip citati nell’articolo, negli ultimi dieci anni una quota non trascurabile di fondi ha reso meno del semplice TFR lasciato in azienda — e al netto del vantaggio fiscale la gestione pura risulta, nel complesso, meno efficace. I grandi fondi olandesi e danesi rendono nell’azionario tra il 6,5% e l’8,5%, contro il 3,8-5% degli italiani.
  • Costi spesso ingiustificati. I piani individuali delle assicurazioni prelevano oltre un miliardo l’anno di commissioni, i fondi aperti quasi mezzo miliardo. Il confronto che propone Fubini è impietoso: su un versamento di 2.500 euro l’anno per trent’anni, i costi “all’olandese” (0,39%) lascerebbero in tasca al lavoratore circa 38 mila euro in più.
  • L’opacità delle casse professionali. È forse la parte più dura dell’articolo: le 22 casse dei professionisti, che gestiscono contributi obbligatori, non sono tenute a dichiarare costi né rendimenti, e il regolamento che dovrebbe fissarne governance e vigilanza “è nero su bianco da 15 anni al ministero del Lavoro e al ministero dell’Economia. Ma manca sempre una firma per attuarlo”. Un’indagine parlamentare ha rilevato rendimenti medi negativi in termini reali nei cinque anni al 2023, e casi limite come una cassa con un’unica persona a gestire un patrimonio da 2,68 miliardi.
  • Poco capitale di rischio, poco Paese. I fondi italiani investono in azioni appena il 23% del portafoglio (il 12% quelli negoziali) e oltre il 70% del risparmio finisce all’estero: non alimenta l’economia nazionale e non premia gli iscritti.

Il punto di fondo

La previdenza complementare era nata trent’anni fa per “giocare in difesa”: integrare del 15-20% pensioni pubbliche allora generose. Ma con carriere intermittenti, salari fermi e una demografia in caduta, le pensioni di primo pilastro di domani saranno molto più magre — e i fondi, dice Fubini, “non possono più permettersi di fare catenaccio”. Il problema, conclude, è prima di tutto culturale: corporativismo, rendite di posizione e la tentazione della politica di usare questi patrimoni come salvadanaio per le proprie priorità.

Una riflessione che riguarda chiunque abbia un TFR, un fondo di categoria o una cassa professionale,

Fonte: Federico Fubini, “Pensioni, quei 400 miliardi degli italiani rimasti nel Novecento”, Corriere della Sera / newsletter Whatever it takes, 20 luglio 2026. © RCS MediaGroup — citazioni brevi riportate a scopo di discussione ai sensi dell’art. 70 L. 633/1941.