Basta con le trasmissioni che saccheggiano le inchieste giudiziarie per inseguire l’Auditel: non educano, non informano, deformano e condizionano la giustizia, come dimostrano le stesse istituzioni quando ricordano che la televisione dei processi non accresce la conoscenza del diritto e rischia di alterare procedimenti e percezioni.
Gli apologeti dello share fanno finta di non sapere che l’AGCOM e l’Ordine dei giornalisti hanno già detto stop ai “processi show”, proprio perché la giustizia non è intrattenimento e il piccolo schermo non è un’aula di tribunale.
Il loro idolo è il contatore dell’audience, nato per misurare ascolti e trasformato in tiranno editoriale che spinge a spettacolarizzare il dolore e le indagini, tradendo la sostanza in favore del sensazionalismo.
Lo chiamano diritto di cronaca, ma troppo spesso è gogna mediatica: i “delitti mediatici” plasmano opinioni, isolano persone, spingono a scorciatoie narrative, mentre la vera tutela passa per rigore, prudenza e contesto.
Non è un caso se molte pronunce vietano la diretta televisiva delle aule, perché il rito penale ha tempi, regole e garanzie incompatibili con la fabbrica del prime time.
Il pubblico viene trascinato in un equivoco morale: da una parte chi fa audience, dall’altra chi cerca la verità giuridica; e il risultato è che cresce la sfiducia e si corroda il dibattito civile.
Le cattive pratiche della “TV del dolore” sono documentate: format che strizzano l’occhio all’emozione facile e alla semplificazione, con ricadute gravi sulla dignità delle persone coinvolte.
Perfino quando si declama “giornalismo d’inchiesta”, il bilanciamento tra cronaca e privacy è delicatissimo, e la giurisprudenza lo ha chiarito; ma gli avvoltoi dell’audience preferiscono sorvolare sulle cautele.
Che si tratti di true crime confezionato per la prima serata o di nuovi contenitori investigativi itineranti, la logica resta la stessa: packaging del crimine per intrattenere, non per capire,.
La storia insegna che anche i format più longevi sul processo, nati in altri contesti regolatori, richiedono oggi più responsabilità e meno protagonismo televisivo.
E quando magistrati e media si abbracciano in studio, riesplode il problema del ruolo e dei confini, segno che la sovraesposizione è tossica per la credibilità delle istituzioni.
Restituiamo la giustizia ai tribunali e togliamola dai palchi: lo share non può dettare legge, la verità non è un format, e la dignità non è una scaletta.
