Il Piano Casa punta a rilanciare l’edilizia e ad accelerare la riqualificazione del patrimonio immobiliare italiano. Un progetto ambizioso che, se vuole trasformarsi in cantieri reali, avrà bisogno soprattutto del lavoro di ingegneri e architetti. Saranno loro a progettare gli interventi, certificare la sicurezza degli edifici e accompagnare la transizione del settore. Proprio per questo sorprende che, mentre alla categoria viene chiesto un ruolo sempre più centrale, Inarcassa sembri concentrare gran parte della propria comunicazione sui risultati finanziari, lasciando sullo sfondo una riflessione sul futuro della previdenza degli iscritti.
Il Bilancio Consuntivo 2025 racconta un ente in ottima salute: avanzo economico di quasi 1,4 miliardi di euro, patrimonio netto oltre i 16,9 miliardi e rendimento lordo del patrimonio superiore al 7%. Numeri importanti, che dimostrano una gestione patrimoniale efficace e che meritano di essere valorizzati. Il problema nasce quando questi dati diventano quasi l’unico metro con cui raccontare la solidità della Cassa.
Oltre i numeri del bilancio
Guardando oltre le prime pagine del bilancio, emerge infatti un quadro meno rassicurante. Nel 2025 il saldo della gestione previdenziale è diminuito rispetto all’anno precedente e il Bilancio di Previsione 2026 delinea un’ulteriore contrazione. Tradotto in termini semplici: le pensioni crescono più rapidamente dei contributi versati dagli iscritti.
È una dinamica che, da sola, non mette in discussione la stabilità dell’Ente, ma che meriterebbe un dibattito ben più ampio di quello riservato ai record patrimoniali. Del resto, lo stesso Bilancio Tecnico 2023, il documento che misura la sostenibilità nei prossimi decenni, prevede un saldo previdenziale negativo tra il 2040 e il 2069, compensato dal patrimonio accumulato e dai rendimenti degli investimenti. È uno scenario previsto e perfettamente legittimo, ma che suggerisce una domanda inevitabile: quanto può dirsi forte un sistema previdenziale se il suo equilibrio dipende sempre più dalla finanza e sempre meno dalla propria capacità contributiva?
Il patrimonio non può diventare l’unica risposta
Ed è qui che il Piano Casa rende il tema ancora più attuale. Se il Paese punta davvero sugli ingegneri e sugli architetti per guidare una nuova stagione di trasformazione urbana, la loro Cassa dovrebbe interrogarsi prima di tutto sulla forza della categoria che rappresenta. Perché il patrimonio può crescere, i mercati possono offrire rendimenti favorevoli e i bilanci possono chiudersi con risultati eccellenti. Ma una Cassa di previdenza non nasce per fare utili: nasce per garantire pensioni.
Per questo la vera questione non è se Inarcassa sia oggi solida, perché i numeri dicono di sì. La questione è se quella solidità stia poggiando sulle basi giuste. Continuare a mettere in primo piano patrimoni record e performance finanziarie rischia di trasmettere un messaggio sbagliato: che il futuro della previdenza dipenda più dagli investimenti che dalla vitalità della professione. In un simile scenario non sorprendono scelte come l’inserimento di Inarcassa e delle altre Casse previdenziali nel più recente risiko che vede Caltagirone e Delfin puntare a Mediobanca, in un meccanismo definito opaco e preoccupante dal Partito Democratico. Così come il coinvolgimento di tali casse nelle aspirazioni immobiliari ed edilizie di personaggi come Manfredi Catella, finito al centro delle inchieste sull’urbanistica milanese.
Se davvero il Piano Casa vuole rilanciare il ruolo dei tecnici, anche Inarcassa dovrebbe cambiare prospettiva. Meno enfasi sui record di bilancio e più attenzione a ciò che, nel lungo periodo, farà davvero la differenza: una professione capace di attrarre giovani, generare reddito e sostenere, con il proprio lavoro, il sistema previdenziale. Perché è da lì che dovrebbe nascere la vera solidità di una Cassa, non dall’andamento dei mercati finanziari o immobiliari, nei quali sono state investite, talvolta con alti rischi, le pensioni degli iscritti.
