La ZES Unica per il Sud doveva rappresentare la chiave di volta per il rilancio economico del Mezzogiorno: un unico sportello digitale capace di accelerare investimenti e cantieri. La realtà è un portale online che oscilla tra la manutenzione perenne e il collasso sistematico, trasformando quella che doveva essere una corsia preferenziale in un vicolo cieco informatico dove i progetti delle imprese si infrangono contro schermate di errore e silenzi amministrativi.
Il sogno dell’accentramento digitale
La Zona Economica Speciale Unica, entrata in vigore con il decreto-legge 124 del 2023, ha ridisegnato la geografia degli incentivi per tutto il Mezzogiorno, dalla Sicilia alla Puglia, dalla Campania alla Calabria, unificando le otto precedenti ZES regionali in un unico organismo. L’architrave di questa riforma si regge su un portale digitale centralizzato: un singolo punto di accesso dove le aziende dovrebbero caricare i progetti, ottenere le autorizzazioni necessarie e ricevere i codici identificativi per avviare materialmente i cantieri. La scommessa era ambiziosa e persino condivisibile nelle intenzioni: un sistema snello, una piattaforma che parlasse una lingua sola, un’interfaccia capace di abbattere i tempi biblici della pubblica amministrazione italiana. Il Ministero per la Coesione e il PNRR ha spinto con decisione su questa architettura, nella convinzione che l’accentramento tecnologico potesse essere la soluzione al groviglio di competenze e procedure che per decenni ha paralizzato gli investimenti nel Sud.
Un’infrastruttura al collasso
La traduzione pratica di quel sogno è un disastro annunciato. Il portale unico, cioè la colonna vertebrale dell’intera architettura ZES, versa in uno stato di manutenzione quasi permanente o, quando risulta raggiungibile, restituisce errori sistematici che bloccano qualsiasi iter procedurale. Le segnalazioni si accumulano da mesi senza che emerga una soluzione strutturale: pagine che non si caricano, upload di documentazione che si interrompono a metà, codici di autorizzazione che non vengono generati, sessioni di lavoro che scadono prima di completare una pratica. La metafora del buco nero non è iperbolica: i dati e i progetti che le imprese riversano nel sistema sembrano inghiottiti da un vuoto digitale dal quale non riemergono più, né sotto forma di risposta né come semplice conferma di ricezione. Un’infrastruttura IT concepita per gestire migliaia di pratiche contemporaneamente si rivela incapace di reggere i carichi ordinari, figuriamoci i picchi di accesso.
Il silenzio-rifiuto come barriera tecnologica
Le associazioni di categoria hanno coniato un’espressione che fotografa con precisione chirurgica la situazione: “silenzio-rifiuto” tecnologico. Il meccanismo è tanto semplice quanto diabolico: le imprese caricano i progetti sulla piattaforma seguendo scrupolosamente le procedure indicate, attendono i codici necessari per l’avvio dei cantieri e non ricevono nulla, né un diniego esplicito né un’autorizzazione, semplicemente il nulla amministrativo. Questo vuoto di risposta produce effetti identici a un rifiuto formale, perché senza i codici autorizzativi i cantieri restano bloccati, le scadenze dei bandi si avvicinano pericolosamente e gli investitori iniziano a guardare altrove. Di fatto, un bug informatico si traduce in una barriera all’ingresso per miliardi di euro di investimenti potenziali nel Mezzogiorno, con un costo economico e sociale che nessuno sembra in grado di quantificare.
Chi paga il prezzo dell’inefficienza
A pagare sono innanzitutto le imprese, soprattutto quelle piccole e medie che non dispongono di uffici legali interni capaci di tamponare le falle del sistema con ricorsi e solleciti formali; ma il conto più salato lo presenta il Mezzogiorno nella sua interezza, che vede sfumare l’ennesima occasione di agganciare un percorso di sviluppo. Ogni pratica bloccata è un macchinario che non arriva, un capannone che non si costruisce, un’assunzione che non si concretizza, un indotto che non si attiva.
Quando la tecnologia diventa nemica dello sviluppo
L’ironia amara di questa vicenda sta nel fatto che lo strumento pensato per accelerare è diventato il principale fattore di rallentamento. Il conflitto tra la volontà accentratrice del Ministero per la Coesione e la realtà di un’infrastruttura IT del tutto inadeguata non è più sostenibile: non si può pretendere di digitalizzare un processo delicato come l’autorizzazione agli investimenti senza aver prima costruito una piattaforma all’altezza del compito. Servono interventi immediati, non ennesime task force o comitati di studio, ma un’operazione di manutenzione straordinaria che restituisca alle imprese del Sud almeno la possibilità di farsi sentire.
