L’inverno demografico che sta colpendo l’Italia rappresenta una bomba a orologeria per il sistema pensionistico nazionale, eppure la classe politica continua a ignorare la matematica elementare che governa la previdenza sociale, preferendo soluzioni tampone e propaganda elettorale alla dura realtà dei numeri. Con un tasso di fecondità crollato a 1,2 figli per donna, uno dei più bassi al mondo, l’Italia si trova di fronte a un’equazione economica impossibile da risolvere senza riforme strutturali che nessuno ha il coraggio politico di proporre.
Il sistema a ripartizione italiano, dove i contributi dei lavoratori attuali finanziano direttamente le pensioni correnti, funziona solo con un equilibrio demografico che non esiste più da almeno vent’anni, ma i responsabili delle politiche previdenziali hanno preferito nascondere la testa nella sabbia piuttosto che affrontare la realtà. Oggi abbiamo 36 over-65 ogni 100 persone in età lavorativa, nel 2050 ne avremo 60, eppure continuiamo a discutere di quota cento e pensioni anticipate come se avessimo le risorse demografiche degli anni sessanta.
La proposta ricorrente di utilizzare l’immigrazione per compensare il deficit demografico rivela un’ignoranza economica sconcertante da parte di chi dovrebbe gestire la cosa pubblica, considerando che gli immigrati invecchiano anche loro, hanno tassi di occupazione inferiori alla media nazionale e spesso lavorano in settori a bassa contribuzione previdenziale. Questa non è xenofobia ma semplice aritmetica previdenziale che qualsiasi attuario conosce perfettamente ma che i politici preferiscono ignorare per non dover spiegare agli elettori che il problema richiede soluzioni impopolari.
Le proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato sono cristalline nel mostrare che senza interventi immediati il rapporto spesa pensionistica-PIL diventerà insostenibile entro quindici anni, ma invece di pianificare riforme graduali che distribuiscano i costi nel tempo, si preferisce rimandare tutto alla legislatura successiva, scaricando il problema sulle generazioni future che si troveranno a gestire un default previdenziale di proporzioni epiche. La miopia politica ha raggiunto livelli patologici quando si parla di pensioni, con parlamentari che ragionano in cicli elettorali quinquennali su problemi che richiedono visioni trentennali.
L’illusione che la produttività e la tecnologia possano compensare automaticamente il deficit demografico dimostra una comprensione superficiale dei meccanismi previdenziali, dato che il sistema a ripartizione dipende dal numero di contributori attivi indipendentemente dalla loro produttività individuale, mentre le pensioni vengono erogate per decenni indipendentemente dall’evoluzione tecnologica. Non esistono algoritmi di intelligenza artificiale che possano versare contributi previdenziali o robot che paghino l’INPS, ma apparentemente questa ovvietà sfugge a chi disegna le politiche del lavoro e della previdenza.
La resistenza sindacale e politica ad alzare l’età pensionabile in linea con l’aspettativa di vita crescente rappresenta un suicidio collettivo mascherato da difesa dei diritti acquisiti, quando la vera difesa dei diritti consisterebbe nel garantire che le pensioni esistano ancora tra venti anni. È matematicamente impossibile mantenere in pensione per trent’anni persone che hanno contribuito per quaranta, specialmente quando il rapporto contributori-pensionati continua a deteriorarsi inesorabilmente.
La verità è che l’inverno demografico renderà necessarie riforme previdenziali così drastiche da essere politicamente impraticabili in democrazia, condannando il paese a un lento declino verso l’insolvenza previdenziale che nessuna manovra finanziaria potrà evitare. Quando la matematica demografica si scontra con la demagogia elettorale, vince sempre la matematica, ma nel frattempo si spreca tempo prezioso che avrebbe permesso transizioni meno traumatiche.
Il sistema pensionistico italiano è già tecnicamente insostenibile, continua a funzionare solo grazie al debito pubblico e alle tasse generali, ma questa finzione contabile ha i giorni contati di fronte a una demografia che non perdona l’incompetenza politica.
