Un decreto discriminatorio e limitativo pensato per salvare l’INPS, non le Casse di Previdenza. E per subordinarle alla politica, non per aumentarne l’autonomia (che ne esce compromessa). Un decreto ministeriale, in gestazione da ben 14 anni al Ministero dell’Economia e mai emanato fino ad oggi da illustri Ministri dell’Economia (molti dei quali tecnici di chiara fama), minaccia di limitare e mortificare la già complessa gestione dei patrimoni delle Casse di previdenza “privatizzate”. Dietro lo slogan di una maggiore regolamentazione a tutela del risparmio previdenziale, si cela l’ombra del sottosegretario al MEF, Federico Freni (autocandidatosi alla presidenza della Consob!), e un altro obiettivo ben preciso: dirottare i risparmi dei professionisti verso il finanziamento del debito pubblico, mortificandone la gestione per poi dirottarli all’INPS.
La genesi della “Operazione Freni”: da 14 anni si parla di un decreto per regolamentare gli investimenti delle Casse di previdenza dei professionisti, un “tesoretto” da circa 120 miliardi di euro che fa gola a ogni risacca di inefficienza e spreco. Meno si dice del fatto che 7 governi e altrettanti Ministri del Tesoro hanno fino ad oggi sempre rifiutato di sottoscriverlo: da Monti a Draghi, passando per Letta, Renzi, Gentiloni e i due governi Conte. Ci voleva un governo di destra e un sottosegretario in cerca d’autore come Freni (con l’ambizione per la presidenza Consob) per far camminare un progetto già defunto e seppellito. L’obiettivo dichiarato è garantire maggiore trasparenza e gestione prudente dei patrimoni. Dimenticando che un primo pilastro “privatizzato” e privo per legge del sostegno della finanza pubblica deve produrre anche rendimenti adeguati alla propria difficile missione. L’idea di Freni è imporre alle Casse vincoli e “raccomandazioni” che ne limiterebbero l’autonomia gestionale oltre ogni ragionevolezza tecnica, in forma discriminatoria rispetto ad altri investitori istituzionali. Tra le contraddizioni: prudenza sì, ma condizionata alle indicazioni della politica. La bozza contiene l’invito a “valutare in via prioritaria” investimenti a sostegno del sistema nazionale e ad aderire a strumenti finanziari promossi dal Governo. E per essere sicuri che le risorse vadano ai soggetti indicati dal governo, si vieta alle Casse di detenere quote di controllo in società. Divieto che non esiste per nessun’altra categoria di investitore istituzionale, nemmeno per l’INPS, né in Italia né all’estero (dove la pratica di costituire società e veicoli di investimento in-house è ampiamente utilizzata da fondi pensione e assicurazioni vita).
Il vero obiettivo: finanziare il debito pubblico e confluire nell’INPS
Il governo vuole usare i soldi delle Casse. Questo è palese. Ma è palese anche l’interesse parallelo e sovrapposto dell’INPS di ricevere in dotazione questo comparto per appianare il proprio buco di bilancio. Le cose vanno lette insieme: il vero ispiratore delle politiche verso le Casse è l’INPS tramite il Ministero del Lavoro. L’operazione di Freni mira ad attingere alle ingenti risorse delle Casse private per finanziare il debito pubblico e operazioni governative. In un momento di finanza pubblica sotto pressione, specie per le spese per la Difesa, quei 120 miliardi dei professionisti fanno molta gola. A questo si sovrappone l’obiettivo di risolvere i problemi strutturali dell’INPS attraverso un’operazione di assimilazione del profilo patrimoniale e finanziario positivo delle Casse.
La retroattività: una forzatura inaccettabile: uno degli aspetti più pericolosi del decreto è l’introduzione di vincoli retroattivi. Si prevede la cessione obbligatoria del controllo in società partecipate non immobiliari, costringendo le Casse a dismettere investimenti effettuati in passato, anche se profittevoli, con potenziali perdite patrimoniali. Un esempio concreto: se una Cassa ha investito in una società tecnologica in crescita acquisendone il controllo, sarebbe obbligata a vendere la partecipazione, magari in un momento sfavorevole e con la consapevolezza dei potenziali acquirenti che quella partecipazione dovrà essere liquidata forzatamente. Un principio che mina la certezza del diritto e che il Consiglio di Stato ha già pesantemente criticato.
L’alternativa ignorata: Banca d’Italia come supervisore: una delle contraddizioni più evidenti è l’approccio scelto per la supervisione. Anziché imbrigliare le Casse con vincoli dirigistici, basterebbe potenziare la Covip o affidare il controllo a Banca d’Italia. Con l’avvento della BCE, l’istituto di Via Nazionale ha visto ridursi i propri compiti operativi, liberando risorse perfettamente utilizzabili per la supervisione delle Casse previdenziali. Le Casse sono attualmente prive di una vera authority di controllo. Banca d’Italia possiede l’expertise tecnica, l’indipendenza istituzionale e gli strumenti normativi necessari per una supervisione efficace. Ma questa strada non interessa a Freni: il controllo tecnico e indipendente non si presta agli obiettivi di eterodirezione degli investimenti.
Un decreto discriminatorio e autoreferenziale: fare bene la Cassa di previdenza è un mestiere difficile che richiede attenzione al rischio ma anche vocazione al rendimento. Le Casse in media non sono poi così male come le dipingono: fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Il decreto è inutilmente discriminatorio rispetto ad altri investitori istituzionali e non legge le tendenze dei mercati finanziari. Le Casse non possono costituire società di gestione e non possono nominare propri rappresentanti a tutela degli investimenti. Il decreto nasce viziato da un lavoro autoreferenziale, ristretto all’interno del MEF senza pubblico dibattito. Non riflette i principi della buona regolazione riconosciuti a livello internazionale: necessità, proporzionalità, sussidiarietà, evidenza scientifica, partecipazione degli stakeholder, trasparenza e valutazione di impatto. Le associazioni di categoria non sono state ascoltate, e alcune hanno interessi lobbistici contraddittori con quelli delle Casse. Ci tengono ad affermare che i loro soldi debbano essere dati in gestione al mercato e non possano essere autogestiti, come si fa in tutto il mondo.
Le conseguenze: casse meno appetibili e capitali in fuga: se il decreto passasse, le conseguenze per l’attrattività delle Casse sul mercato sarebbero devastanti. Gli investitori istituzionali internazionali vedrebbero con sospetto enti sottoposti a vincoli politici così stringenti. Le Casse perderebbero credibilità e flessibilità, dando a tutti il pretesto di contestarne l’efficienza e giungere all’unica conseguenza logica: assorbimento nell’INPS. Il rischio concreto è una fuga di capitali e competenze. I migliori gestori potrebbero cercare opportunità altrove. Le partnership internazionali diventerebbero più difficili. Il decreto trasformerebbe le Casse da protagonisti dinamici in enti burocratizzati e meno competitivi.
Il contesto politico: tra minacce di dimissioni e ambizioni: l’operazione si inserisce in un contesto complesso. Il Ministro Giorgetti ha minacciato dimissioni su questioni di principio come il golden power su Unicredit-BPM. La premier Meloni è consapevole del peso elettorale degli ordini professionali e difficilmente si metterebbe contro di loro frontalmente. Freni si muove con furbizia, portando avanti un’operazione che risponde a precise logiche di potere, con l’ambizione personale di una futura presidenza Consob. Un’operazione che rischia di trasformare le Casse in un bancomat, mettendo a rischio le pensioni di milioni di professionisti. Sullo sfondo la battaglia personale dell’attuale presidente di Enpam e Adepp, Alberto Oliveti. Che da un lato deve difendere l’interesse delle casse di previdenza per ottenere da loro il consenso alla modifica di statuto Adepp e l’elezione al terzo mandato (oggi vietato). Dall’altro vuole compiacere il potere che gli ha già consentito di modificare lo statuto Enpam (con approvazione dei ministeri vigilanti) per poter ottenere la terza elezione alla presidenza (a quale prezzo?).
Un allarme da non sottovalutare: è fondamentale che il dibattito si allarghi al mercato e all’alveo parlamentare prima che sia troppo tardi. Questi interventi non meritano un metodo così “opaco” e non dialogante. una pecca sostanziale che accresce l’approccio discriminatorio anche perché, ad esempio con ACRI, il MEF negozia sempre apertamente rispettando il ruolo dell’associazione e del comparto. Non si azzarda a emanare un decreto senza che vi sia stato un confronto anche pluriennale. Perché per le casse di previdenza sì? Non serve appellarsi ai principi di buona regolazione codificati a livello internazionale per capire. Il decreto rappresenta un serio pericolo per l’autonomia del sistema previdenziale privato. Dietro la facciata della regolamentazione si nasconde un tentativo di eterodirezione verso obiettivi di finanza pubblica e di preparazione all’assorbimento nell’INPS.
