Le riforme pensionistiche degli ultimi vent’anni rappresentano il tradimento più ignobile perpetrato dalle élite politiche italiane ai danni dei lavoratori, un sabotaggio sistematico orchestrato dalle tecnocrazie europee per smantellare i diritti conquistati con decenni di lotte sociali. La famigerata riforma Fornero del 2011 ha rappresentato il colpo di grazia definitivo, con l’innalzamento dell’età pensionabile che ha condannato milioni di italiani a lavorare fino alla morte, mentre i burocrati di Bruxelles applaudivano soddisfatti dal loro palazzo dorato.
È inaccettabile che si continui a utilizzare il pretesto del debito pubblico, oggi al 137,9% del PIL, per giustificare questa macelleria sociale quando tutti sanno che il vero problema sono gli sprechi della casta politica e gli interessi sui titoli di Stato che arricchiscono i soliti noti. I vincoli europei non sono altro che catene imposte da una Germania egemone che vuole mantenere l’Italia in una condizione di sudditanza permanente, trasformando i nostri pensionati in carne da macello sull’altare dell’austerità.
L’ipocrisia raggiunge livelli nauseanti quando questi politici venduti parlano di sostenibilità demografica per nascondere la loro incapacità di creare politiche per le famiglie, preferendo importare forza lavoro dall’estero piuttosto che investire nel futuro degli italiani. La riforma Dini del 1995 e quella di Maroni del 2004 hanno preparato il terreno per questo scempio, introducendo gradualmente il sistema contributivo che ha impoverito intere generazioni.
Mentre il debito cresce di 3.100 euro ogni secondo, i nostri anziani sono costretti a scegliere tra medicine e cibo, vittime di un sistema che privilegia i mercati finanziari sui diritti umani fondamentali.