Rinnovabili ferme al via: il labirinto delle autorizzazioni che blocca la transizione energetica

L’Italia vuole accelerare sulle energie rinnovabili, ma continua a inciampare nel passaggio più delicato, trasformare i progetti in impianti. Il paradosso è evidente. Da una parte il Paese deve aumentare rapidamente la capacità da fonti rinnovabili, dall’altra migliaia di progetti rimangono impantanati tra ministeri, Regioni, Soprintendenze, Comuni e tribunali. La transizione energetica italiana rischia così di essere rallentata non dalla mancanza di investimenti, ma dalla difficoltà di portarli a compimento.

L’obiettivo dei 131 GW

Il PNIEC aggiornato nel 2024 fissa per il 2030 un obiettivo di 131 GW di capacità rinnovabile installata, con circa 79,2 GW di solare e 28,1 GW di eolico. Si tratta di un salto considerevole rispetto alla capacità attuale. Il problema è che il tempo disponibile per raggiungerlo si riduce rapidamente. Secondo ISTAT, nel 2024 la quota di FER sui consumi finali lordi si è fermata al 19,4%, e l’Istituto rileva che la crescita procede a un ritmo insufficiente rispetto alla traiettoria prevista dal PNIEC.

Una montagna di progetti

La domanda di nuovi impianti, almeno sulla carta, non manca. Al 31 dicembre 2025 Terna registrava 328,9 GW di richieste di connessione per nuovi impianti rinnovabili, relative a 5.921 pratiche. Il dato è oltre il doppio del target complessivo del PNIEC. Naturalmente non significa che esistano 329 GW di impianti pronti per essere costruiti, ma fotografa comunque un mercato nel quale la disponibilità di progetti e capitali non sembra essere il principale ostacolo.

Quando l’autorizzazione diventa il collo di bottiglia

Il problema emerge soprattutto nella fase autorizzativa. Un progetto può attraversare valutazioni ambientali, autorizzazioni regionali, pareri paesaggistici e procedure comunali prima di poter aprire il cantiere. E quando le amministrazioni non raggiungono una posizione comune, i tempi possono dilatarsi ulteriormente. Un caso emblematico si è verificato nel giugno 2026, quando il Governo ha sbloccato 14 impianti per complessivi 530 MW in Puglia, Basilicata, Lazio e Sardegna, rimasti fermi a causa di pareri discordanti tra Ministero dell’Ambiente e Soprintendenze del Ministero della Cultura.

Il territorio presenta il conto

Poi ci sono i conflitti locali. Un esempio è il progetto eolico Phobos, tra Orvieto e Castel Giorgio, in discussione dal 2021. Nel 2026 la Regione Umbria ha avviato un riesame in autotutela del silenzio-assenso che aveva consentito l’autorizzazione dell’impianto, composto da sette aerogeneratori. Una vicenda esemplare che mostra come un procedimento autorizzativo possa trasformarsi in un percorso amministrativo pluriennale, tra decisioni, opposizioni e riesami.

La transizione bloccata sulla carta

Il problema non è scegliere tra tutela del paesaggio e sviluppo delle rinnovabili. È riuscire a conciliare entrambi dentro procedure con tempi certi. Con un obiettivo di 131 GW da raggiungere entro il 2030, ogni anno perso pesa sulla traiettoria complessiva. L’Italia ha quindi un paradosso energetico particolare: ha più progetti di quanti ne servirebbero, ma non riesce a trasformarne una parte sufficiente in impianti funzionanti. Se il collo di bottiglia resta nelle autorizzazioni, il rischio è che il PNIEC rimanga ambizioso sulla carta e molto più difficile da realizzare sul territorio.